Google chiede di intervenire nella causa Nokia – HTC

Di - 18 July 2012 - in

All’inizio di maggio 2002 anche Nokia si è fatta cogliere dalla frenesia della difesa dei brevetti, impiantando cause in giro per l’Europa e negli USA davanti all’ITC (International Trade Commission) contro alcuni nomi dell’industria come ViewSonic, RIM e HTC, intenzionata a tutelare ben 45 brevetti che l’azienda finlandese ritiene violati in alcuni dei prodotti delle suddette aziende. Tralasciando le posizioni di ViewSonic e RIM, è ben risaputo il fatto che HTC sia il secondo produttore di dispositivi Android, il sistema operativo open source di proprietà Google.

L’azienda di Mountain View è notoriamente coinvolta in diverse decine di cause legate a brevetti di Android ma la sua posizione varia da caso a caso, secondo le diverse necessità, pertanto fino ad oggi le partecipazioni di Google nelle liti giudiziarie possono essere catalogate come segue:

  • Google interviene come terzo in causa nelle azioni incardinate negli Stati Uniti a causa degli obblighi assunti affinché fornisca documenti e testimonianze correlate alle presunte violazioni di brevetti in Android;
  • gli avvocati di Google partecipano (passivamente) in molte cause – ma non tutte – tanto negli USA quanto in altre nazioni;
  • Google ha ceduto alcuni brevetti ritenuti secondari a HTC (ma per l’ITC alcune di quelle cessioni non sono valide);
  • Google è subentrata in molte cause su brevetti per merito (o per demerito) dell’acquisizione di Motorola Mobility.

In questo caso, però, Google compie per la prima volta una mossa diversa e inoltra istanza all’ITC per intervenire in via “adesiva”, cioè per partecipare al rafforzamento della difesa di HTC. La novità, quindi, è che Google chiede di innestarsi nella causa come se Nokia l’avesse effettivamente promossa contro essa e non contro HTC. Le ragioni di fondo di questa decisione, però, sfuggono a chiunque: la linea difensiva messa in piedi da HTC è apparsa fin da subito abbastanza solida, tanto da non indurre a pensare alla necessità di un intervento di Google in prima persona come quello proposto; inoltre le accuse di Nokia non sono rivolte in maniera specifica ad Android in quanto tale, quanto piuttosto all’impiego di una serie di tecnologie che – secondo la casa finlandese – verrebbero utilizzate abusivamente da più produttori in più piattaforme software (e la prova sta proprio nelle cause contro RIM e altri).

Al momento l’unica ragione che avrebbe indotto Google ad accollarsi l’ennesima causa in qualità di convenuta in giudizio, sebbene insieme ad HTC, si ritiene sia una decisione strategica legata ad un precedente procedimento avviato innanzi all’antitrust europeo nei confronti di Microsoft e della stessa Nokia: quelle allegazioni utilizzate da Google contro le due aziende “concorrenti” sono state utilizzate anche in un analogo procedimento (praticamente identico) incardinato davanti all’ITC (che invece è un organo di vigilanza e controllo USA con funzioni e poteri simili ai Co.Re.Com. italiani), il quale ha rigettato le istanze di Google e portando i rappresentanti di Nokia a dichiarare che tali allegazioni erano “frivole e uno spreco enorme di tempo e risorse.

Dunque lo scopo finale dell’intervento ad adiuvandum chiesto da Google potrebbe anche essere quello di introdurre nel giudizio in corso (sotto altra forma) quelle considerazioni relative alle presunte violazioni realizzate da Nokia che già lo stesso ITC ha rigettato nei mesi passati. La strategia legale di Google così sembra incattivirsi ogni giorno di più e iniziano ad essere visibili i primi segnali delle nuove intenzioni di Google volte a tutelare Android dai continui attacchi provenienti da più parti.

Android non sarà il core business di BigG ma è innegabilmente il prodotto di maggior successo dopo il motore di ricerca; come ogni prodotto di successo, pertanto, è naturale che i concorrenti tentino di “approfittare” di quello sotto il profilo strettamente monetario, chiedendo risarcimenti milionari per le presunte violazioni di brevetti, e non sotto il profilo squisitamente industriale, come potrebbe essere il raggiungimento di accordi sull’impiego delle tecnologie oggetto di causa. È questa l’essenza del patent trolling così come spiegato dal giudice Richard Posner: far valere brevetti che possiedi su tecnologie che non usi realmente e, quindi, nessun vantaggio economico che possa ritenersi leso dall’altrui impiego.

Via| fosspatents

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Matteo Luigi Riso Articolo scritto da

Avvocato, programmatore, geek tutto in uno. Una passione smodata per la tecnologia e l’informatica, avido utilizzatore di Google e Android. La sua missione è divulgare e far comprendere la tecnologia e gli aspetti ad essa connessi.

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