[Google] In tre per un web con DRM

Di - 28 February 2012 - in
Tre giganti del mondo IT, Google, Microsoft e Netflix, propongono l’introduzione di un sistema simile agli attuali DRM all’interno della specifica HTML5. La bozza è attualmente al vaglio del W3C in attesa di nuovi sviluppi.
HTML5 è una realtà in divenire: molte aziende hanno deciso di puntare forte sul futuro di questa tecnologia, Google in testa, ma si tratta pur sempre di un’entità ancora lontana dall’affermazione massiva in un web che sta attraversando lentamente una conversione sempre più percepibile verso una realtà 2.0 globale.

L’ente che presiede gli standard per il web, il World Wide Web Consortium (W3C), si trova in questi giorni a dover valutare una proposta riguardante lo standard HTML5 inoltrata da tre personaggi di notevole peso: Google, Microsoft e Netflix.

L’idea delle tre società è di introdurre la possibilità per le applicazioni in HTML5 di sfruttare un livello definito “Content Description Module” in grado di aggiungere ai contenuti multimediali informazioni dettagliate riguardo i proprietari di tali contenuti, con la possibilità di cifrarli tramite una specifica chiave: senza giri di parole, si tratta di aggiungere nello standard che regolerà i siti internet dei prossimi decenni un sistema di controllo dei dati coperti da diritti sulla proprietà intellettuale molto, molto simile agli attuali DRM usati in praticamente ogni contesto di vendita di un prodotto multimediale in formato digitale (dai DVD agli eBook ai file mp3).

Schema del Content Description Module presentato al W3C

Se Microsoft da un lato è stata sempre una forte sostenitrice dei DRM e concetti simili, nonché la prima realtà di grosso calibro a implementarli massivamente, e Netflix l’abbia seguita in queste pratiche (anche perchè il servizio di noleggio di Netflix vive a braccetto con le varie major dell’industria multimediale), per Google si tratta di una presa di posizione piuttosto nuova e rilevante: probabilmente all’interno di Mountain View ritengono che principalmente il servizio Google Music potrà trarre beneficio da una novità come questa, guadagnando molta appetibilità presso le varie etichette discografiche; del resto solo poche di esse si sono dimostrate ad oggi interessate a forme di distribuzione alternative, premendo fortemente sulle autorità e gli enti nazionali per avere di volta in volta un giro di vite riguardo lo scambio di file o più semplicemente “la pirateria”.

Naturalmente un futuro sempre più cloud pone di fronte al problema dello streaming di tali contenuti più che il loro semplice download: basti vedere quanti problemi sono nati (legittimamente o meno) attorno a YouTube negli ultimi anni, esponenzialmente con la sua crescita: video bloccati ad ogni piè sospinto, ricorsi, account chiusi e così via; dal punto di vista delle major sarebbe molto più comodo avere i propri contenuti bloccabili nativamente e visibili solo agli utenti abilitati, avendo anche il vantaggio di potersi sentire “puliti” a livello di immagine: esemplificando, tu non vedi il video perchè non hai comprato il flusso audio collegato, quindi tu utente sei in errore.

Del resto, oggi l’immagine di tali società non è di certo aiutata dalle inclementi scritte “il video è stato rimosso dopo un richiamo da parte di XYZ Entertaiment”. Anche un polverone come quello di Megavideo sarebbe potuto essere evitato da tempo se i video fossero stati posti in streaming con la “Content Description Mode” disponibile.

Google, Microsoft e Netflix nella bozza che potete trovare qui ci tengono a precisare che “nessun DRM è aggiunto alla specifica HTML5”, ma, parafrasando una nota citazione, se qualcosa sembra un’anatra, nuota come un’anatra e starnazza come un’anatra, allora è probabilmente un’anatra. Considerando anche chi sono i soggetti dietro questa idea di Content Description Mode (il maggiore sostenitore dei DRM, il maggiore sostenitore di HTML nonché patria di YouTube e Google Music e uno dei maggiori partner dell’industria cinematografica), le probabilità che il pennuto sia un’anatra salgono verso l’unità.

Probabilmente ci vorrà un tempo discreto perchè il W3C si esprima a riguardo, ma sia i contrari che i favorevoli a questa proposta concorderanno sul fatto che, qualunque sarà la decisione del Consorzio, le conseguenze saranno importanti per la Rete che sarà.

Via | Engadget

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Federico Ruggi Articolo scritto da

Studente di Ingegneria Informatica, sviluppatore, si interessa di matematica, fisica e ogni tanto un po’ di astronomia; in generale, di qualsiasi cosa riesca a mantenere sotto stress i neuroni. Fissato con i LEGO e i sistemi Unix, è amante corrisposto dell’editor vim.
Dal Gennaio 2012 è collaboratore di Googlab.

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