Google pubblica il terzo trimestrale ed è bufera

Di - 22 October 2012 - in

Nei giorni passati è arrivata anche sui media nazionali la notizia che RR Donnelley, l’agenzia che si sarebbe dovuta occupare della pubblicazione dei dati di bilancio di Google, per errore ha pubblicato il report sul Q3 2012 a mercati aperti, scatenando il panico in Borsa. In sostanza veniva riportata una riduzione del 20 % dell’utile netto rispetto al terzo trimestre dell’anno scorso, elemento che ha fatto perdere a fine seduta l’8% al titolo di Google.

L’evento è stato particolarmente controverso per una serie di motivi: il titolo di Google al NASDAQ seguiva un trend positivo da diversi mesi ed era arrivato a superare la quota simbolica di 750$ a fronte di un trend estremamente negativo dei competitor, in particolare Microsoft e sopratutto Apple e Facebook. A questo si aggiunge il fatto che questo risultato era totalmente inatteso come appunto denotato dal trend recente. Il risultato è stato un crollo verticale a quota 690$, poi parzialmente recuperato.

Da lì, il mondo degli analisti e dei giornalisti di settore è entrato in subbuglio: ognuno ha detto la sua e non sono mancate esternazioni estreme. Non è difficile trovare più di un articolo che profetizzi una prematura scomparsa di Google nell’arco di 3-4 anni come è successo con Yahoo, quando fino a ieri Google sembrava un colosso inarrestabile. Noi di Googlab non siamo analisti finanziari e nemmeno esperti di economia, tuttavia abbiamo cercato di trovare una logica astraendo dalla marea di opinioni espresse sull’argomento ed analizzando in prima persona il bilancio che potete trovare qui.

La prima cosa che ci sentiamo di dire è: “Don’t Panic“. Google non sta fallendo e non sparirà nei prossimi anni. Se succederà, non sarà certo per quanto successo in questi giorni. Google è un’azienda sana, solida, con 54.000 dipendenti (grazie all’acquisizione di Motorola), con asset invidiabili e forte del “modello aziendale Google” che in tutti questi anni non ha ancora mostrato cenni di cedimento. Non è quindi una contrazione degli utili che la ammazzerà.

Tuttavia questo mancato guadagno ha delle motivazioni dietro, che non vanno assolutamente ignorate o sottovalutate. Il risultato finale è penalizzato dall’acquisto di Motorola che nei conti è ancora una zavorra per Google, ma non stupisce nessuno: Motorola era un’azienda in crisi, di dimensioni ragguardevoli e ci vorrà ancora tempo prima di sfruttarne a pieno il potenziale. Il vero campanello d’allarme, che ha attirato gli analisti più catastrofisti, è la flessione del prezzo della pubblicità, che potrebbe essere una minaccia consistente all’azienda e non solo uno spauracchio.

Da sempre infatti, Google cerca di concentrare nella pubblicità tutta la sua monetizzazione, vendendo pubblicità in tutti i modi e in tutti i contesti. Strategia potente, che ha permesso a Google di essere ciò che è oggi ma che ha come ovvia implicazione, che Google sia particolarmente sensibile ad ogni cambiamento in questo settore, dove Google possiede una fetta che fa gola a tanti. Non diversifica il modo con cui monetizza, se vogliamo riassumerlo in due parole. Ed è un problema, perché Google ora deve scegliere tra trovare altre fonti di guadagno diretto(che non siano Gapps o le API/App Engine a pagamento) o rischiare e insistere sulla loro strada.

Google ha ancora tanto tempo per reinventare il suo modello di business ma per ora non si sono viste rivoluzioni in grado di spostare il baricentro di Google dalla pubblicità, verso altri settori. Questo evento potrebbe spingere gli investitori a mettere sotto pressione Google e spingerla verso una ristrutturazione. Una delle vie di cui si parla da tanto tempo è quella dell’hardware, che vede Google/Motorola presentarsi al mercato come una nuova Apple, cioè un’azienda che vende hardware e software insieme, con tutti i vantaggi di prezzo e qualità che questo comporta. Una via rischiosa, perché sacrificherebbe la credibilità del progetto Android agli occhi dei partecipanti alla Open Handset Alliance, che sarebbero relegati ad un ruolo secondario.

Le alternative potrebbero essere molteplici: contenuti multimediali, home-entertainement,  e-commerce, nuovi servizi in ambito business e tanto altro. Ci sentiamo di dire che questo evento potrebbe configurarsi come un punto di svolta nella storia di Google: non l’inizio della fine come minacciato da molti, ma un nuovo inizio i cui indizi erano nell’aria, in attesa di un catalizzatore che scatenasse un processo di trasformazione organico dell’azienda. Come si dice sempre in questi casi: “chi vivrà, vedrà”.

Fonte: Google Investor Relations

 

 

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Simone Robutti Articolo scritto da

Laureato in Informatica, specializzato in sviluppo web e comunità virtuali, hardcore gamer, flamer per passione.

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