Google X è un concentrato di innovazioni e rivoluzioni tecnologiche

Di - 28 May 2013 - in
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Google X è un progetto interno alla società di Page e Brin che mira a rendere possibile l’inimmaginabile. Più che ispirarsi al credo dettato dal Guru agli iManiaci  “Stay hungry. Stay foolish” (Siate affamati. Siate folli. ndr), i capi di bigG considerano che l’assurdità di un’idea non debba minarne la realizzazione (“Absurdity is not a barrier to consideration”). Denominato da molti come il centro per eccellenza nella ricerca, Google X si distanzia molto da esserlo. Non è nemmeno il centro di Ricerca e Sviluppo per la società con sede a Mountain View, dato che come ogni azienda quotata in borsa  questa branca lavora a stretto contatto con la direzione generale.

Il laboratorio è un organismo a se stante, seppur faccia parte della società. Alcuni giornalisti iniziarono a parlarne come incubatore di idee, ma questa definizione non piace per nulla ai componenti del progetto. Google [x] (questo il modo corretto in cui si scrive) incarna lo spirito delle ricerche dei primi del Novecento. Le operose menti che vi lavorano sono molto simili a quelle che presero parte al Progetto Manhattan, da cui nacque la prima bomba atomica, o quelle gironzolavano a Bletchley Park (tra cui si ricorda Alan Turing) dove si riuscì a decifrare il codice di criptazione tedesco prodotto con la macchina Enigma.

Gli intenti di questi laboratori formatisi durante la guerra e motivati dalla distruzione delle potenze nemiche, fu in parte trasfuso in alcune compagnie americane. La filosofia di ricerca, epurata da ogni proposito bellico, fu usata nei Bell Lab della AT&T e dalla Xerox in PARC. Questi team realizzarono scoperte su cui si fonda la società dell’information technology: il transistor ed il computer. Negli anni novanta la situazione economica mondiale impose diversi tagli, anche il settore delle ricerche fu colpito. Il budget della NASA si ridusse di circa l’11% e le grandi aziende iniziarono ad attuare una politica diversa: quando una startup proponeva un’idea interessante, si acquistava l’intera società così da sfruttarne i brevetti ed il know-how. A nulla servirono i campanelli d’allarme suonati da personalità importanti come John Seely Brown che vedeva negli investimenti cinesi l’inizio del baratro per gli USA.

Google: tutta un’altra storia

La società di Mountain View, guidata da Larry Page e Sergey Brin, pensa sia giusto creare i talenti in casa: investe una cifra non meglio precisata in Google X, anche se dal 2010 (anno di creazione) al 2012 il budget destinato alla ricerca e sviluppo è aumentato del 79%. X Lab  ha sede in un altro campus, lontano circa mezzo miglio dal principale, come a voler sottolineare la differenza che intercorre tra i due organici e gli obbiettivi perseguiti. All’ingresso dell’edificio principale, ricoperto da vetri oscurati, si ritrovano una fontana zampillante e centinaia di bici usate dai dipendenti quando devono fare da spola tra i due campus. Ma ad attirare l’attenzione di tutti è l’automobile che vi è parcheggiata davanti con il curiosissimo sistema dell’autopilota. In realtà si tratta di uno scherzo, una burla in puro stile Google, è stata infatti oggetto di uno dei pesci d’Aprile che vengono fatti ogni anno.

Preambolo

I Glass sono il prodotto più famoso mentre la costituzione dell’X Lab si deve ad un progetto più ambizioso che potrebbe rendere giustizia al fine ultimo della tecnologia: rendere realtà l’impossibile. L’auto non è soltanto uno dei prodotti del team di ricerca ma l’importante preambolo alla genesi del progetto di ricerca made in Google. Nel 2005 per la prima volta Larry Page incontrò uno scienziato di Stanford che stava lavorando, insieme al suo team, alla realizzazione di un veicolo in grado di percorrere 7 miglia nel deserto del Mojave tra alcuni ostacoli posizionati dagli organizzatori. La competizione indetta dal DARPA (Defense Advanced Research Projects Agency) ammetteva però soltanto automobili dotate di autopilota. Sebastian Thrun ed il numero uno di Google divennero amici; in seguito lo scienziato ed il suo team lavorarono per bigG alla realizzazione delle mappe di Street View. Thrun nel frattempo aveva perso interesse per il mondo accademico, dove si pensava più alla teoria che alla costruzione di esemplari in grado di muoversi. Così nel 2009 Page & Brin gli fornirono una sfida: realizzare un’auto che fosse dotata di un sistema di navigazione autonomo in grado di percorrere mille miglia tra autostrade e strade cittadine tortuose. Quindici mesi dopo la squadra d’ingegneri raggiunse il successo: l’auto aveva girato per Los Angeles e la Silicon Valley, tra cui la Bay Bridge tra Oakland e San Francisco, dove non arrivava alcun segnale GPS. La meta raggiunta diede la spinta necessaria ai vertici per ripensare al modello aziendale: investire oltre che nella realizzazione di algoritmi per la ricerca online anche nell’hardware. In questo si inserì Astro Teller, amico di Thrun, che vanta una certa ereditarietà scientifica. La vettura con autopilota sarebbe il coronamento della tecnologia che aiuta l’uomo, si pensi agli ipovedenti, alle persone che hanno perso l’uso di alcuni arti, agli anziani e ai disabili. Ci sarà anche bisogno di ripensare al concetto stesso della proprietà, un auto che si muove autonomamente potrà essere usata da un’intera comunità come ad esempio i vicini.

Sebastian Thrun

Genesi

Teller e Thrun volevano che il laboratorio creasse qualcosa di utile e quindi avesse qualche valenza economica. In fase di fondazione, nel Gennaio 2010, si cercava un nome per il progetto ma non si voleva dare la connotazione tipica della comunità scientifica. Le due menti che fondarono X Lab sapevano quanto fosse monotona la ricerca accademica: poca costruzione di prototipi e molte scartoffie. Così, evitando ogni staticità, si riservarono di affrontare la questione in seguito. Google X era un’etichetta che venne usata in fase iniziale, una variabile da definire successivamente. Così è rimasto per indicare che i prodotti stessi definiranno ciò che è il progetto. Sebbene tenda a differenziarsi dal mondo delle università, il laboratorio, fino a pochi anni fa segreto, ne possiede punti in comune. Ci sono infatti le cerimonie di promozione. Non appena si raggiunge l’obbiettivo e viene creato il prodotto nella sua forma definitiva, si riceve il diploma e si può investire in altre società. Lo scorso anno è toccato ad un gruppo di ricercatori che ha costruito una rete neurale, basata su migliaia di computer, che era in grado di apprendere direttamente da internet. Lo stesso Thrun si è laureato ed ha fondato la startup Udacity che si occupa di diffondere la cultura accademica sul web, attraverso lo streaming di corsi universitari. Lo scienziato è rimasto nell’organico del progetto X, Google non poteva e non voleva perdere una mente così brillante. La ricollocazione di Sebastian Thrun ha consolidato la posizione di Astro Teller, uno di quei ricercatori con la scienza nel sangue, che è diventato capo del progetto e riferisce ogni progresso direttamente a Sergey Brin (“Sergey è Bruce Wayne ed io sono Lucius Fox” dice Teller). Con i capelli raccolti, in una coda che arriva a lambire le spalle, Astro discende da Gérard Debreu (nonno materno) economista che vinse il premio nobel e da Edward Teller (nonno paterno) fisico che partecipò al Progetto Manhattan, considerato padre della bomba atomica e fonte d’ispirazione per il personaggio del Dottor Stranamore di Kubrick.

Astro Teller

La fama dei Glass

L’oggetto che ha reso celebre il laboratorio segreto di Google sono i Google Glass, secondo progetto in ordine cronologico. Quando vennero presentati al pubblico, lo scorso anno, si iniziò a vociferare del laboratorio che li aveva prodotti ma non si aveva la visione d’insieme. Babak Parviz, un ingegnere elettrico che insegnava all’Università di Washington, stava lavorando su un computer indossabile. Fu grazie ad un articolo in cui si descriveva come si potesse proiettare un’immagine nell’occhio dell’utilizzatore che attirò l’attenzione di Brin e Page. Il primo prototipo pesava circa 5 chili ed aveva diversi cavi che si collegavano ad una scatola fissata alla cintura. Il modello che al momento viene testato da alcuni fortunati cittadini americani (Explorer) costa 1500 dollari e pesa poco più di una semplice montatura ottica. Critiche a parte, il papà degli occhiali intelligenti afferma che questi oggetti rivoluzioneranno il significato stesso di conoscenza: sono in grado di scattare foto e registrare video, collegarsi ad internet, ricercare contenuti e proiettare l’immagine direttamente sulla retina dell’utente. Astro Teller azzarda il parallelo con l’Apple I, visto che si schiudono le porte di un mondo finora inesplorato. Col tempo si potrà arrivare ad una versione migliorata adatta a tutti, cosa che determinò il successo dell’Apple II.

Babak Parviz

Il cielo non è più un limite

Eric Schmidt, presidente di Google, ha dichiarato il mese scorso che per la fine del decennio tutti gli abitanti del mondo si potranno collegare ad Internet. Gli scettici rilanciano con il 60% della popolazione mondiale che ancora non è stata raggiunta da una connessione. Ma alla base della dichiarazione di Schmidt c’è la probabile dislocazione di palloni aerostatici a cui sono collegati dei trasmettitori a banda larga che garantirebbero l’accesso al web. A confermarlo sarebbe David Grace che aveva seguito a suo tempo il progetto originale finanziato dalla Comunità Europea e mai uscito dalla fase sperimentale. L’acquisizione di Makani Power, conclusasi a Febbraio per una cifra mai dichiarata, aggiunge mistero agli scopi che persegue Google X. L’azienda progetta e realizza turbine eoliche fissate sulle ali di un drone collegato a terra da un cavo come un aquilone. L’ultimo prototipo di turbina chiamata Wing 7, è un elemento in fibra di carbonio lungo circa 8 metri con quattro motori elettrici che lo fanno girare in cerchio ad altezze che vanno dai  250 ai 600 metri e manda a terra l’energia prodotta attraverso il collegamento via cavo. L’obbiettivo della startup era la produzione di energia pulita. L’azienda di Mountain View vuole forse buttarsi in questo ramo o magari starebbe pensando ad una fonte alternativa per alimentare i propri data center sempre più verdi?

Tecniche evasive

L’ambiente in cui operano i ricercatori potrebbe sembrare a molti il laboratorio che darà i natali a diversi gadget futuristici e rivoluzionari (moonshot) che si vedono in Star Trek. Ma Teller paragona Google X alla fabbrica di cioccolato di Willy Wonka, un posto magico in cui lavorare che ha bisogno di essere isolato dal giudizio del mondo per preservarne la funzionalità. La sua convinzione lo ha spinto a tappezzare i luoghi attorno ai laboratori con degli adesivi gialli e verdi con su scritto “Salvate gli Umpa Lumpa“. Il mondo non è limitato dall’intelligenza ma dalla creatività e dal coraggio, questa è la filosofia che serpeggia nel team X, tanto da farli pensare alla levitazione, al teletrasporto e ad ascensori spaziali. Sebbene questi ultimi siano soltanto un disegno su una lavagna, iniziano a circolare delle voci preoccupanti sulla distruzione e successiva ri-costruzione di un Picasso quando si affronta il tema del teletrasporto. Per ammissione di Larry Page stesso (durante una conversazione con Teller) la missione di X è la creazione di progetti rivoluzionari.

Tra i prodotti che sicuramente catalizzeranno l’attenzione negli anni futuri si menzionano anche robot gonfiabili, esami oculari per identificare fasi iniziali del morbo di Alzheimer e reattori a fusione. Anche le assunzioni rispecchiano questo eterogeneo ambiente che avvolge il progetto. Mary Lou Jepsen si è unita lo scorso anno al team Google X che si occupa dei display, dove potrebbe sviluppare nuovi schermi per i prossimi dispositivi X. Andrew Conrad lavorava in una società che realizzava analisi del sangue ed ora si occupa di qualcosa non meglio identificato. Stessa sorte per Jeff Huber che era nella divisione mappe di Google ma non ha rivelato in quale branca di X è ora all’opera. La cosa che sembra accomunare tutti questi progetti è il carattere sensazionalistico di ogni novità e se non dovesse bastare sono programmati circa tra lanci ogni anno.

La monotonia non è di casa a Mountain View.

Fonte ed Immagini | Bloomberg Business Week

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Emanuele Boncimino Articolo scritto da

Web designer, sviluppatore, tech specialist ed Android Guru: sono gli obiettivi che vorrebbe raggiungere nel lungo termine. Mantiene un ottimo grado di conoscenza del mondo racimolando news estere. Sempre alla ricerca di sfide che possano nutrire la propria mente: Engeene è tra queste.

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