Il cloud computing e la geopolitica di domani

Di - 25 January 2013 - in

Il Cloud Computing è la buzzword preponderante perlomeno dell’ultimo lustro. Tutti vogliono mettere i propri dati nella “Nuvola”, come alcuni giornalisti italiani si ostinano a tradurre un termine che andrebbe benissimo tenere in inglese, come “Mouse” e “Smartphone”, in quanto “topo” e “furbofono”, in italiano, suonano male. Stendiamo un velo pietoso e proseguiamo.

Allo stesso modo, tutte le aziende vogliono appropriarsi di questi dati, fornendo in cambio servizi del genere più disparato: hosting, per privati ed aziende, web services, streaming multimediale e chi più ne ha, più ne metta. Google, Amazon, Oracle, IBM e con un po’ di ritardo anche Microsoft ed Apple sono della partita, ognuna applicando il concetto di Cloud Computing ad ambiti diversi e con logiche proprie.

Una delle caratteristiche principali del paradigma Cloud, rispetto ad esempio alle più classiche architetture server-client, è la totale trasparenza dell’infrastruttura dal punto di vista dell’utente finale. Il Cloud è etereo, perfetto, non fallisce, non rallenta, non perde i tuoi dati, non devi capirlo, fa tutto lui. I tuoi dati non si trovano più in un luogo ben determinato del globo terracqueo, ma sono nel cielo, nella Cloud appunto. Ma è davvero così?

Questo potrebbe essere lo spunto per una digressione tecnica per spiegare l’effettiva trasparenza e resistenza di un sistema Cloud, ma non è ciò di cui vorrei parlarvi. Voglio invece suggerirvi uno spunto di riflessione di tipo profondamente diverso.

Prendendo ispirazione da un articolo apparso sull’ultimo numero di Lotta Comunista, mi sono posto una questione che mi sembrava interessante proporre anche ai lettori di Engeene ed Amazer. Dando per scontato che no, il Cloud non è etereo, i dati stanno nei server e nei DataCenter di aziende private, collocati geograficamente sul suolo sottoposto a giurisdizione di autorità nazionali, così come vi sono sottoposte le aziende stesse.

E quindi? E quindi è un bel problema perché questi dati prendono concretezza nel momento in cui diventano accessibili per ragioni – più o meno – legittime dai governi nazionali. Un esempio può essere il Patriot Act americano, che fondamentalmente permette alle autorità, date le dovute giustificazioni, di accedere ai dati presenti su qualsiasi server di qualsiasi azienda. In Cina poi, si fanno anche meno problemi. In Europa per fortuna non abbiamo legislazioni così invasive ma non ci sarebbe da stupirsi che compaiano prima o dopo.

Ma perché il governo degli Stati Uniti dovrebbe interessarsi ai dati dei privati cittadini, magari adducendo poco credibili scuse come la sicurezza nazionale? Probabilmente non lo farà, non con i vostri sicuramente. Il punto però non è questo: non sono un detrattore della Cloud che ha paura che le proprie foto o i propri appunti cadano in mano ai rettiliani o agli Illuminati che dirigono le principali compagnie dell’ICT.

La questione è un’altra: se i dati dei singoli sono di ristretto interesse per i governi, i dati di un’intera nazione iniziano a diventare una risorsa strategica. Immaginiamoci uno scenario molto plausibile: fra 5 o 10 anni il sistema produttivo di buona parte dell’Occidente sarà organicamente integrato con servizi Cloud: suite da ufficio come GDocs o l’alternativa Microsoft, hosting di vario tipo o webservices aziendali su Amazon AWS. Ipotizziamo poi che i rapporti ad esempio tra Stati Uniti ed Europa si deteriorino. Una guerra è poco credibile per chiunque si intenda di geopolitica, ma limitiamoci a pensare ad un embargo. È realistico pensare che i servizi web ma in particolare il Cloud sarebbero la prima vittima. Perché? Perché con un lavoro relativamente limitato da parte dei sistemisti delle varie aziende americane o da parte dei gestori dell’infrastruttura, si taglierebbe via una fetta importante della produttività del sistema industriale o ancor peggio della macchina burocratica statale.

Certo, è un’ipotesi remota ma serve a far capire una cosa: l’internet, ma il Cloud in particolare, stanno diventando un punto di interesse per i governi, una risorsa che alcuni hanno e altri non hanno, un elemento che crea dipendenza come la crea ad esempio il petrolio. Ora siamo solo agli inizi, gli effetti di tutto questo li vedremo fra anni, forse decenni, forse applicati a paradigmi che soppianteranno il Cloud ma quando scegliete il servizio di un gestore piuttosto che un altro, è giusto che teniate in conto questa piccola e remota possibilità.

La stessa logica inoltre si può applicare in una visione imperialistica: una nazione che vuole allargare la sua influenza sulle potenze emergenti, non in grado di avere un’offerta Cloud autonoma, potrebbe iniziare ad includere nel pacchetto anche questa nuova merce di scambio in aggiunta alle risorse e agli aiuti più tradizionali.

Parlare di una vera necessità di dotarsi a tutti i costi di un Cloud nazionalizzato può suonare un po’ precipitoso ed esagerato ma i nostri cugini d’Oltralpe si sono già messi in moto negli ultimi tempi e la questione sembra essere un tema ricorrente e verso cui i professionisti iniziano a sensibilizzarsi. Il Cloud francese è in pieno sviluppo con la GFI Informatique che promuove la propria soluzione Made in France, così come altre compagnie meno conosciute come Numergy e CloudWatt. Proprio facendo leva sul succitato Patriot Act che potrebbe mettere a rischio segreti industriali strategici o meno, promuovono le proprie soluzioni che però stentano a decollare perché mancanti di attrattività diretta.

E in Italia come siamo messi? Telecom ha lanciato la sua offerta per le aziende così come ha fatto Aruba e CloudItalia (Eutelia).  Aruba stessa in un’intervista a La Stampa ha utilizzato argomentazioni simili a quelle succitate per promuovere le ragioni del Cloud nostrano che dovrebbe essere difeso da possibili ingerenze del governo americano. Sono comunque offerte giovani e sotto alcuni punti di vista acerbe. In ogni caso per valutarne l’impatto bisognerà attendere ancora. È comunque un primo passo verso una parziale autonomia e l’inizio del recupero del gap con le altre nazioni informaticamente più sviluppate.

 

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Simone Robutti Articolo scritto da

Laureato in Informatica, specializzato in sviluppo web e comunità virtuali, hardcore gamer, flamer per passione.

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