Larry Page parla. E ne ha per tutti

Di - 19 January 2013 - in

Larry Page non è un tipo che rilascia molte interviste. Se lo fa, in genere si tratta di brevi commenti e non si perde in chiacchiere perché questo è anche il suo modo di vivere e lavorare in Google. Però quando Larry Page rilascia un’intervista completa, come quella pubblicata su Wired, ti porta per mano nel suo mondo e ti fa capire cosa pensa, cosa fa e cosa potrebbe passargli per la testa nel giro dei successivi cinque minuti.

Come un fiume in piena, Page spiega che la sua filosofia di vita è migliorare le cose dieci volte più di come non siano già adesso. È proprio grazie a tale filosofia di vita (condivisa dal socio e amico Sergey Brin) che Google nel giro di pochi anni si è trasformato da semplice progetto di ricerca universitario in una corporation che, se da un lato gonfia quotidianamente i portafogli dei propri azionisti, dall’altro mette in campo una serie di prodotti utilizzati da più di un miliardo di persone.

Quella filosofia di vita (e di pensiero) inoltre ha consentito a Google di creare “Google X” nel 2010, un intero dipartimento dell’azienda ove si studiano, realizzano e sperimentano tecnologie fuori dal comune, più vicine alla fantascienza che alla scienza reale. Si tratta, infatti, del laboratorio nel quale in maggiore misura le visioni googliane poiché si può sperimentare senza l’assillo dei tempi per la realizzazione, della fattibilità, dell’utilità del progetto e, non ultima, della commercializzazione finale. Là nascono quei progetti che costituiscono pura e semplice ricerca scientifica come l’automobile con pilota automatico, i Google Glass e la rete di computers che simula le funzioni cerebrali umane con la capacità di distinguere foto di volti, topi e gatti.

Page afferma che la realizzazione di simili progetti fuori dall’ordinario è necessaria poiché è grazie a questi studi che si possono fare progressi più piccoli, incrementali, in tutti gli altri settori. Se volessimo fare un paragone, Google X è l’equivalente di un reparto corse di un’azienda automobilistica (l’ABS, per esempio, è stato impiegato per la prima volta in Formula 1 e oggi è di serie su tutte le automobili). Page, quindi, afferma di essere ben consapevole che agli occhi degli azionisti questi progetti potrebbero apparire come inutilmente costosi, ma il fondatore di Google taglia netto e sostiene che se si affidassero solo ai pareri degli azionisti, Google non potrebbe essere ciò che è oggi. Spesso bisogna sperimentare “a fondo perduto”.

L’autore dell’intervista, Steven Levy, ricorda come già nel 2002 Page gli avesse sommariamente descritto gli odierni Google Glass e chiede come mai non siano stati realizzati prima. La risposta di Page è fulminante: “non ne avevamo la possibilità” con un chiaro, sebbene implicito, riferimento alle odierne capacità finanziarie dell’azienda co-fondata con Brin.

Dunque per Page il successo di un’azienda passa per l’innovazione e questa passa per la realizzazione di questi progetti “particolari”, un’operazione che resta fuori dalle possibilità di molte persone; per Page, purtroppo, bisogna avere delle capacità del genere innate, avere una preparazione tecnica ampia e avere capacità organizzative e imprenditoriali e, purtroppo, il sistema formativo non è adeguato. Non esiste una laurea per fare tutto ciò: i corsi di laurea sono tutti molto specializzati e capaci di fare solo formazione settoriale.

Page, tuttavia, ha l’opportunità di parlare di come lavora l’azienda Google, votata a dare la migliore esperienza utente e un ambiente comune a tutti i propri prodotti. La parola chiave è “integrazione” ed è quello che stiamo osservando da un po’ di tempo, con tutti i servizi di Google che, prima disgiunti, oggi sono sempre più connessi fra loro e – soprattutto – integrati in Google+. L’obiettivo è proprio quello di creare servizi e tecnologie che possano davvero migliorare la vita degli utenti, poiché – secondo il pensiero di Page – tutte le più grosse industrie messe insieme fino ad oggi hanno apportato solo un miglioramento complessivo dell’1%.

L’intervistatore puntualizza che, comunque, non tutto è rose e fiori: si prenda ad esempio Google Books. Il servizio è ottimo poiché permette di eseguire ricerche in un’immensa biblioteca “tradizionale” ma ciò al costo di subire reclami e azioni giudiziarie per questioni legate ai diritti d’autore. Page risponde  che non è certamente piacevole essere citati in giudizio ma che, fino ad oggi, non ha mai visto un’azienda fallire per una citazione per danni e che, piuttosto, le aziende falliscono perché gestiscono male il proprio business o perché non sono ambiziose.

A questo punto la domanda fatidica:

Steve Jobs si sentiva talmente competitivo da dichiarare che avrebbe scatenato una guerra termonucleare contro Android…“.

Page, molto laconicamente, risponde:

Ti sembra che stia funzionando bene?

Effettivamente, è così. Android è il leader del mercato e ha detronizzato iOS nel giro di pochi anni, tanto da spingere il CEO di Google a commentare che “Android è un gran successo e siamo entusiasti“. Quando Google nel 2005 acquistò la sconosciuta società “Android” di Andy Rubin, fece una vera e propria scommessa, andando ad investire su un prodotto che ancora sostanzialmente non esisteva. Page ricorda chiaramente che:

abbiamo intuito per capire se una cosa sia materialmente fattibile o meno e all’epoca il panorama dei sistemi operativi mobili era disastroso, quasi non esisteva e non si scriveva software. Bisognava solo avere il coraggio di fare un investimento a lungo termine e convincersi che le cose sarebbero state nettamente migliori”.

Page aggiunge che il grande impegno profuso dall’azienda nei propri prodotti si vede soprattutto in Maps e lo si è visto maggiormente quando Apple ha deciso di rimuoverlo da iOS6 per sostituirlo con Apple Maps, una decisione che ha causato enormi proteste anche a causa dei problemi sorti successivamente e che hanno indotto, da un lato, Tim Cook a chiedere scusa pubblicamente e, dall’altro, Google a tornare sulla decisione di non rilasciare l’applicazione aggiornata a iOS6. Il CEO puntualizza che il merito è dovuto alla loro capacità di arrivare per primi in questo settore e con un prodotto di qualità che poi è stato reso accessibile a tutti.

Le aziende che recintano i propri prodotti non fanno altro che ridurre la velocità dell’innovazione”.

Ancora una volta un chiaro riferimento alla filosofia open di Google che si contrappone a quella di chiusura dei concorrenti – Apple in primis.

Durante l’intervista c’è spazio per parlare anche di Motorola Mobility. Sono molte le persone che si chiedono perché Google non abbia ancora messo al lavoro Motorola per la produzione di un terminale Nexus 100% made in Google ma la risposta dell’intervistato è disarmante:

abbiamo acquisito Motorola ma la gestione è completamente indipendente e sotto la guida di Dennis Woodward. Questo è esattamente ciò che Dennis e noi vogliamo“.

Questa risposta, quindi, conferma quella data alcuni mesi fa, secondo la quale l’acquisto è avvenuto solo per ottenere i brevetti di Motorola e questo lo si capisce dalla seconda parte della risposta:

c’è ancora tantissimo da migliorare sul piano dell’hardware dei dispositivi mobili. Oggi i telefoni contengono elementi in vetro e tutti abbiamo paura che quello possa rompersi per una caduta. Da qui a cinque o dieci anni le cose saranno completamente diverse“.

Risposta sibillina: forse vedremo display in vetro molto più resistenti di quelli attuali o cos’altro?

Ciliegina sulla torta: dopo aver dato una stoccata ad Apple, è il turno di farlo con Facebook.

L’intervistatore parla dell’arrivo di Google nel settore dei social networks (con Google+), ove l’azienda di Mountain View sta lavorando da due anni con grandi motivazioni nonostante vi sia l’ingombrante figura di Facebook a coprire il ruolo di “asso pigliatutto”. La domanda sembra attuale ma l’intervista è stata effettuata nel dicembre 2012, quindi ben prima che Facebook presentasse il proprio motore di ricerca interno (“Graph Search”) . Questa sottolineatura è importante alla luce della risposta fornita da Page:

Personalmente la penso in modo differente: non ci piaceva il modo in cui gli utenti scambiavano informazioni o esprimevano la propria personalità. E sappiamo che c’è un’azienda fortissima in questo settore. Tuttavia stanno facendo un pessimo lavoro con il loro prodotto. È necessario che fallisca un’altra azienda perché noi abbiamo successo? No, perché noi stiamo facendo qualcosa di completamente diverso. Penso che sia ridicolo affermare che ci sia spazio solo per un’azienda in settori del genere. Quando lanciammo la ricerca sul web, ci dicevano che avremmo fallito a causa della presenza di altre cinque aziende presenti con i propri motori di ricerca, così la nostra risposta fu che siamo un’azienda per la ricerca sul Web, però lo facciamo in modo completamente diverso”.

È il paradigma di Google: fare come gli altri ma in modo diverso. E meglio. Questa è la chiave del successo dell’azienda californiana di Page e Brin.

Fonte: Wired.
Foto: LaPresse.

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Matteo Luigi Riso Articolo scritto da

Avvocato, programmatore, geek tutto in uno. Una passione smodata per la tecnologia e l’informatica, avido utilizzatore di Google e Android. La sua missione è divulgare e far comprendere la tecnologia e gli aspetti ad essa connessi.

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