Perché Google non è solo un’azienda qualsiasi

Di - 11 February 2013 - in

Chi non fa parte del giro di quelli che vengono definiti Google enthusiasts spesso fa fatica a cogliere la “rete” etica che vincola Google e che è conseguenza di tante cose, tra cui il suo successo. Oggi vorrei spiegare, in sintesi, perché il discorso “Google è solo un’altra azienda, alla fine pensano tutti solo a fare soldi” è un discorso troppo semplicistico e che non tutti quelli che affermano una superiorità di Google rispetto alla concorrenza lo fanno solo perché sono fanboy.

Partiamo da una premessa: ci sono i fanboy e ci sono quelli che potremmo identificare come “entusiasti”, etichetta che ognuno si attribuisce spesso individualmente e con un significato personale, ma che può presupporre un certo tipo di visione e percezione di Google e dei suoi prodotti. Le due categorie sono spesso e volentieri composte di individui distinti: i primi sono i fanboy come li ha ogni azienda, gente che per partito preso fa sua una causa spesso senza capirla e senza che questa sia nemmeno una vera causa. Viviamo in tempi poveri di ideologie e dove un tempo la politica o la religione davano un motivo per riempirsi le giornate passandole ad urlare contro altra gente, ora ci sono motivi più futili, come lo sport o il fanboysmo tecnologico.

Che cos’è un fanboy lo sapete tutti, ora vi spiego che cos’è un Google Enthusiast per come lo intendo io. Si tratta di una persona che sceglie di abbracciare una visione del mondo, di stampo almeno in parte ideologico, che Google propugna con la sua attività commerciale. Viviamo in un tempo in cui lo sviluppo tecnologico è diventato un elemento fondamentale della nostra vita e sempre più lo diventerà nel prossimo futuro. Manca però ancora la percezione dell’importanza di queste questioni: l’utente medio agisce e sceglie in base al suo interesse immediato, senza responsabilizzarsi e senza avere coscienza. Se si prova a spiegargli come stanno le cose, fa lo struzzo, non ascolta. Di conseguenza le aziende del settore hanno da ormai un trentennio, la tendenza a seguire questa forma mentis dell’utente, per il semplice fatto che è profittevole. Produci quello che la gente vuole, la gente lo compra. Facile. Quando poi si parla di multinazionali che fan girare miliardi di dollari, le cose facili sono indubbiamente preferibili.

In questo scenario però, all’inizio dello scorso decennio, si affacciò una realtà diversa. Diversa non solo nei prodotti, che non è ciò che ci interessa ora, ma nell’approccio. Quest’azienda, Google, si poneva un’obiettivo tanto importante quanto impossibile da realizzare. Non era colonizzare internet con i propri prodotti, non era nemmeno diventare l’azienda leader del settore mobile, o desktop e nemmeno della ricerca su internet. Il vero obiettivo impossibile era nel loro motto: “Don’t be Evil”. Un’azienda, che si apprestava a diventare un colosso, in un mercato competitivo dove la concorrenza metterebbe ossa di neonato tritate nei propri prodotti se servisse a farli funzionare meglio, non poteva apparentemente permettersi di “Non essere malvagia”. Impensabile. Improponibile. Il capitalismo è brutto e cattivo per definizione, il capitalismo etico è un concetto astratto, non reggeranno, falliranno o cambieranno linea.

Questa posizione iniziò lentamente ad attirare un numero sempre crescente di persone che decisero di sposare questa “causa”, non tanto per l’azienda, ma per l’idea stessa che si potesse competere onestamente, rispettare i clienti e gli sviluppatori, fornire qualità accessibile a tutti e farci anche i soldi. Questi erano i presupposti su cui negli anni ’60 e ’70 si erano formate le prime comunità di informatici, erano gli ideali che sembravano appartenere ad un tempo lontano e che non sarebbe più ritornato, perlomeno non in un contesto commerciale di primo piano. Questa è però una storia che non ho vissuto e non scenderò in dettagli.

Guardiamo alla situazione odierna: Google di certo non è fallita e in buona parte ha tenuto fede alla linea. Non si può dire che sia intonsa ma le poche scorrettezze operate durante gli anni, hanno sempre assunto la forma di compromessi necessari e mai gratuiti, o di errori non pianificati e in ogni caso corretti nel breve corso. Questi peccatucci comunque non hanno cambiato un dato di fatto, che è il fulcro di questo discorso: ci sono persone che scelgono condizionatamente al comportamento di Google, di collaborare e diffondere le idee, i modelli e di conseguenza i prodotti realizzati da Google.

Dico condizionatamente perché è il punto fondamentale: se Google cambiasse, perderebbe il nostro appoggio ed è ciò che distingue un enthusiast da un fanboy. Il fanboy è schierato a prescindere mentre in questo caso c’è un accordo, in larga parte non scritto, tra Google e una comunità cosciente di utenti, professionisti, giornalisti, tecnici e appassionati. La rottura unilaterale dell’accordo precluderebbe qualsiasi tipo di continuazione. Sento già molti di voi che obiettano: “Sì ma loro lo fanno per soldi, non gliene frega niente degli ideali”. A parte che sarebbe opinabile, basta guardare a molte scelte operate da Google e che han portato a molti mancati guadagni. Tuttavia non è importante se lo fan per soldi o meno, sono un’azienda e fanno il loro lavoro, chi crede il contrario è uno stolto. E quindi? E quindi il fatto che Google ci guadagni non cambia la sostanza, è il suo modello di business, fondato sulla fiducia, l’etica, la trasparenza e l’onestà e che promuove attivamente un modello tecnologico e ideologico ben preciso, con effetti visibili a tutti e con la risolutezza e l’efficacia che nessun altro potrebbe metterci. Non sono gli unici, non sono i primi ma al momento, nel mondo dell’informatica, sono quelli che lo fanno con la maggior perizia e il maggiore impegno.

Non vale quindi la pena, dovendosi schierare (perché acquistare un prodotto, adottare delle API piuttosto che altre o consigliare un software piuttosto che un altro è schierarsi), scegliere chi promuove e realizza una visione del mondo conforme alla nostra? Ovvio che se nel vostro mondo ideale hardware e software siano prerogativa di pochi abbienti e siano chiusi, malfunzionanti, oppressivi e limitati, allora il discorso non vi tange.

Fondamentalmente è questo ciò che vuol dire essere un Google Enthusiast. Poi ognuno lo realizza a livelli diversi: chi sviluppa con le API Google, chi scrive libri, chi scrive articoli su Engeene, chi semplicemente ne parla con gli amici e cerca di fargli capire l’eccezionalità (nel senso di eccezione alla regola) di Google. No, non è solo un’altra azienda che pensa ai soldi come tutte. Quando qualcuno lo dice, manca di rispetto al lavoro e all’impegno di decine di migliaia di appassionati che in questa cosa ci credono davvero e di tutti quelli che si sentono parte di una cosa sola, di una comunità votata ad un obiettivo più alto che coltivare il proprio giardino, come direbbe Voltaire.

Ma cosa ci dà garanzie che la situazione non cambi? Chi ci dà garanzie che Google un giorno non cambi idea, incassi il lavoro fatto dalla comunità e inizi a comportarsi come tutti gli altri? In primis ce lo dice il buon senso: Google fa risultati da record e cresce a ritmi incredibili, in buona parte grazie a questo modello, perché dovrebbe cambiare? Sarebbe stupido. In secondo luogo è perché non sarebbe semplice. Si è creata una forma di simbiosi tra la comunità, sopratutto quella degli sviluppatori, e Google. Se è normale che ciò succeda in una sola direzione per le altre aziende i cui servizi sono fondamentali per l’utente, è invece più raro il contrario, ovvero che l’attività degli sviluppatori e della comunità diventi fondamentale per l’azienda.

A tutto questo poi Google aggiunge un’attività filantropica e di supporto al no-profit che è parte integrante dell’attività dell’azienda. Non semplici donazioni monetarie ma attività produttive e messa a disposizione dei propri mezzi per una miriade di progetti a scopo benefico. Dalla conservazione dei patrimoni culturali, delle lingue e dei codici, al supporto all’imprenditoria nel terzo mondo, fino alla difesa dell’ambiente. Certo, questo tipo di attività non andrebbe ostentata e sbandierata, e infatti Google non lo fa, ma chi approfondisce l’operato di Google viene a contatto con centinaia di realtà in cui Google ci mette non solo i propri mezzi ma anche la propria creatività per realizzare soluzioni altrimenti impraticabili.

Concludendo il discorso, ho voluto darvi un punto di vista su quale siano le motivazioni dietro il fervore di molte persone che promuovono e integrano Google nella propria vita, con una passione che trascende la dimensione in cui galleggia il semplice attaccamento ad un prodotto, derivato talvolta da interessi economici o da semplici esperienze positive.

Google non è perfetta, realisticamente ha molti nei, spesso usati dai governi per minare la crescita dell’azienda, la cui responsabilità sociale sta diventando un fattore strategico scomodo per molti, dentro e fuori il mondo delle nuove tecnologie. Questo articolo non vuole essere un’esaltazione di Google, Google è un’azienda normale che si comporta come qualunque attività imprenditoriale di un certo calibro dovrebbe fare. Il problema è la concorrenza che ci ha abituato a standard etici decisamente più bassi. Spero quindi di aver fatto un minimo di chiarezza e sopratutto aver dato spunti di dialogo a tutti quelli che la pensano come me ma che si son trovati spesso in difficoltà a spiegare: “perché Google sì e gli altri no”.

 

 

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Simone Robutti Articolo scritto da

Laureato in Informatica, specializzato in sviluppo web e comunità virtuali, hardcore gamer, flamer per passione.

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