Project Glass: la fotocamera che scompare

Di - 5 June 2012 - in

Una delle cose che mi ha colpito di più quando ho visto il video di presentazione di Project Glass ormai qualche settimana fa è stato, forse prevedibilmente, il momento in cui il “protagonista” vede un graffito su una porta e decide di farne una foto, semplicemente dicendo “whoa, cool, take a shot of this”. Quel singolo istante, che nel contesto di quella che è una tech demo di un progetto molto più ambizioso probabilmente non è neanche il più significativo, è quello che però ha più stimolato la mia curiosità di “geek con una macchina fotografica”.

Dall’avvento dei cellulari con fotocamera siamo ormai abituati a girare con una fotocamera sempre in tasca, quindi poter fotografare qualsiasi momento della nostra vita è ormai una possibilità alla quale siamo tutti più o meno abituati. Il fatto poi che i cellulari moderni siano sempre più dei “connected devices” e non più dei semplici “telefoni” ha portato alla grande diffusione di un tipo di fotografia che semplicemente prima non c’era. Un tipo di fotografia che, per molti versi, ha dato ancora più significato al termine “istantanea”.

C’è però un aspetto della fotografia che non è ancora cambiato. Fare una foto è ancora un processo che richiede di estrarre un “device” (sia esso una costosa reflex a obiettivi intercambiabili, una fotocamera tascabile o un telefono con fotocamera) inquadrare il soggetto, magari cambiare qualche parametro e scattare. Questo chiaramente separa il momento in cui decidiamo di scattare una foto dal momento in cui effettivamente lo facciamo e in questa separazione solitamente si perde in immediatezza e, specialmente se si stanno fotografando persone, in spontaneità del soggetto. Perché la fotocamera, per quanto piccola e comoda possa essere, è comunque un oggetto che si frappone tra chi fa la foto e chi o cosa viene fotografato.
Project Glass, essendo una fotocamera sempre vicina allo stesso occhio che vede la scena da immortalare, abbatte quasi del tutto questa separazione. Oltretutto, lasciandoci le mani libere, esso apre la strada a un ulteriormente nuovo tipo di fotografia, ancora più intima e istantanea di quella a cui siamo abituati. In questo senso ne è probabilmente la naturale evoluzione.
Avere le mani libere e un punto di vista così vicino a quello dell’occhio infatti rende possibile fare foto fino ad ora impensabili, come quelle che ha brevemente mostrato Max Braun nel suo breve intervento/incursione alla recente Google+ Photographer’s Conference.

Se la fotografia al tempo di Project Glass è piena di promesse, la possibilità di registrare video presenta scenari davvero da fantascienza. A me è bastato l’unico video finora condiviso, seppure di soli 15 secondi, a farmi ricordare film come Fino alla Fine del Mondo di Wim Wenders, dove alla soglia di un disastro su scala globale che distruggerà la vita sulla terra, un figlio premuroso decide di andare a trovare tutti i parenti ancora in vita e di registrare un saluto con una speciale apparecchiatura (che registra quello che lui vede, sente e prova) per poi mostrarli alla madre cieca, contro l’opinione del padre che non era molto d’accordo perché temeva un impatto emotivo troppo forte sulla mente dell’anziana consorte. Oppure come in Strange Days, di Kathryn Bigelow, in cui una tecnologia simile viene portata fino all’estremo della registrazione di un omicidio con stupro da parte dello stesso criminale che compie l’atto e della sua successiva commercializzazione nel mercato nero degli snuff movies.

Se però si vuole andare all’origine di entrambe le idee bisogna probabilmente rivolgersi a William Gibson, che in Neuromancer (romanzo seminale del movimento Cyberpunk) immagina una tecnologia che chiama Sim/Stim come un’evoluzione dell’odierno cinema, con attori che registrano ruoli che poi possono essere rivissuti dagli spettatori in prima persona. Sempre in Neuromancer, la stessa tecnologia, unita ad una connessione neurale attraverso il cyberspazio, viene usata per trasmettere un’esperienza in tempo reale da una persona a un’altra. E proprio quest’ultima possibilità è quella che vedo più immediatamente realizzabile, al netto delle sensazioni tattili ed emotive che sono ancora un po’ lontane dalla nostra portata. In fondo se è possibile riprendere un video e condividerlo, cosa ci impedisce di condividere lo stesso video in live streaming?

Insomma, di “carne al fuoco” per menti curiose ce n’è davvero tanta e nonostante le possibili preoccupazioni che possono sorgere alla nascita di una nuova tecnologia (pensate al Project Glass in mano ad uno stalker), trovo sia un buon momento per chi è appassionato di immagini, di tecnologia e di fantascienza.

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Marco Fadini Articolo scritto da

Appassionato da sempre di musica, tecnologia, arte e fotografia, ex barista ed ex grafico pubblicitario, si occupa ora di sviluppo web in ambito enterprise.

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