Rapporto trasparenza: i governi temono Internet?

Di - 16 November 2012 - in

Google ha appena pubblicato il Rapporto Trasparenza con il quale permette di prendere conoscenza dell’attività di rimozione di contenuti dal motore di ricerca, spesso svolta d’ufficio ma sempre più avviata su impulso di un soggetto interessato alla rimozione.

Il primo rapporto trasparenza risale al gennaio 2010 e all’epoca non si sapeva bene quanto forte fosse la pressione dei governi per frenare la libera circolazione delle informazioni, pertanto Google ha deciso di svelare le richieste di rimozione dei contenuti provenienti da enti governativi e di aggiornare il dato con cadenza semestrale ovvero rilasciando il rapporto nei mesi di gennaio e giugno di ogni anno.

Vi era molta curiosità all’interno dell’azienda su come si sarebbe evoluta la situazione dopo la prima rilevazione ma nessuno si sarebbe aspettato l’incremento di richieste registrato nel corso del primo semestre del 2012. Gli stessi ricercatori di Google ammettono (piuttosto mestamente) che “la sorveglianza dei governi è in ascesa“.

I grafici pubblicati sono piuttosto eloquenti:

Numero di richieste provenienti da enti governativi per la comunicazione di dati personali.

Numero di richieste provenienti da enti governativi per la comunicazione di dati personali.

Nel periodo compreso fra il secondo semestre 2009 e il primo del 2011, le richieste di comunicazione di dati degli utenti sono cresciute ad un tasso pressoché costante ma a partire dal gennaio 2011 è stato registrato un aumento progressivo, anche se non del tutto esponenziale.

Numero di richieste di rimozione dei contenuti

Numero di richieste di rimozione dei contenuti inoltrate da organi di governo.

Il numero di richieste di rimozione, invece, è quello che desta maggiore preoccupazione: se in passato da un semestre all’altro le differenze erano nell’ordine di poche decine, fra il secondo semestre 2011 e il primo del 2012 il numero di richieste è aumentato di quasi 750 unità.

I governi temono Internet? Sembrerebbe di sì anche se questo timore ha origini diverse da nazione a nazione. Questo vale soprattutto se pensiamo che in alcuni posti del mondo Google, per esempio, è inaccessibile così come in altri posti sono inaccessibili i social network in generale. Tuttavia la lettura di questi dati instilla il sospetto che anche il più aperto e democratico dei governi abbia sempre e comunque attenzione a tutto ciò che viene pubblicato in Rete. La conferma arriva da dati simili fornite da altre aziende come DropBox o Twitter e l’accorpamento di tutte queste informazioni dovrebbe indurre ad aprire un dibattito su come salvaguardare l’apertura e la libertà dell’infrastruttura di Internet nel prossimo futuro.

 

Fonte e grafici: Google Europe Blog

 

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Matteo Luigi Riso Articolo scritto da

Avvocato, programmatore, geek tutto in uno. Una passione smodata per la tecnologia e l’informatica, avido utilizzatore di Google e Android. La sua missione è divulgare e far comprendere la tecnologia e gli aspetti ad essa connessi.

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