Sul perché i third-party post ucciderebbero Google Plus

Di - 11 June 2012 - in

Questo breve articolo vuole essere una digressione sul perché Google+ è l’equivalente di un salotto col camino acceso e un mappamondo porta liquori mentre altri social network sono l’equivalente di un mercato rionale. La mia idea è che buona parte di questa marcata differenza si può ricondurre non a particolari scelte di design, non a specifici tool per la gestione del proprio stream, non ad un buon sistema di report e moderazione, bensì, come si può intuire dal titolo, dall’assenza di third-party API pubbliche per postare su Google+.

Partiamo dal principio: che cosa sono queste API? Per spiegarlo ai non addetti ai lavori, si può semplificare dicendo che sono specifiche funzioni di un sistema, in questo caso la possibilità di pubblicare un post su Google+, che gli sviluppatori possono mettere a disposizione di altri sviluppatori interessati ad utilizzare questa funzionalità. Nel nostro caso molti di voi le avranno sperimentate su Facebook o Twitter. Spesso sono utilizzate per creare client alternativi ma più comunemente vengono utilizzati in una maniera diversa, ad esempio per pubblicare in automatico i contenuti di un sito o di un blog, oppure per permettere all’utente di pubblicare update o contenuti sulla propria bacheca direttamente dall’interno dell’applicazione che sta usando le API.

Sulla carta questa possibilità può sembrare una cosa positiva, in grado di dare agli sviluppatori un mezzo con cui sfruttare la potenza delle reti sociali e introdurre nuove logiche in ambienti tradizionalmente poco legati al social. Di fatto per Facebook, Twitter e altri social network più piccoli è stato ed è tuttora così. Basti guardare all’infinità di applicazioni che supportano l’integrazione con questi social network, che spesso vanno a creare veri e propri layer sociali aggiuntivi, come nel caso di Instagram.

Attenzione però, perché se questa è il lato bello e luccicante delle third-post API, il rovescio della medaglia è decisamente oscuro e, secondo determinate chiavi di lettura, addirittura catastrofico. Buona parte dei contenuti generati con questo meccanismo sono niente più che… rumore. Rumore di fondo, fuffa, spazzatura, cose che alla gente non interessano. Gli stream delle persone vengono riempiti di pattume insulso, sovraccaricati di informazioni inutili, affollati di fatti irrilevanti e non interessanti per l’utente. Da strumento, si trasforma spesso e volentieri in una minaccia, sopratutto per gli utenti inesperti e ancor di più se le piattaforme prese in considerazione non danno strumenti potenti e semplici con cui tutelarsi.

La situazione diventa ancor più nera se si guarda la visione d’insieme e non solo lo stream del singolo utente. Tutto questo insieme di post-spazzatura è rumore e in quanto rumore, copre le voci di chi vuole parlare. I contenuti validi son sempre più difficili da reperire nel proprio stream a meno di fare un’accurata pulizia. Spesso anche la comunicazione personale ne risente perché quando la gente fa fatica ad ascoltarti, il risultato è che smetti di comunicare, condividere e proporre. Quando una parte sempre più rilevante della popolazione mondiale passa un numero di ore consistente in un ambiente di questo tipo, possiamo legittimamente pensare che si vada ad influire sull’intera società. Sono consapevole che questa sia una digressione di tipo filosofico più che sociologico e forse è una visione più nera di quello che è in realtà, ma non è lontano da ciò che potrebbe essere in un immediato futuro e penso possa essere utile per mettere la questione in prospettiva.

Dopo questa introduzione, torniamo alla situazione corrente di Google+.  Sul social network di BigG non è possibile, se non con particolari artifici, automatizzare il posting e ad oggi sono veramente pochi i software che lo fanno, principalmente per cross-postare da Twitter o Facebook. A questo pare facciano eccezione alcuni specifici software come HootSuite che hanno ricevuto da Google un accesso riservato alle API. Di fatto, la massa di post-rumore è ridotta al minimo, grazie anche al sistema di volume delle cerchie (nome scelto non a caso). Il risultato è che Google+ è un posto civile, dove conversare, dove i contenuti sono al primo posto e la gente riesce a dibattere in pubblico ed è invogliata a farlo. Ovviamente questa è una visione personale, non supportata da dati statistici ma basata sull’osservazione diretta sopratutto nel contesto americano ed italiano.

Sicuramente però ci sono anche elementi negativi in questo approccio: molti utenti si trovano spaesati e si lamentano degli streaming vuoti, principalmente perché non capiscono bene come utilizzare gli strumenti messi a loro disposizione. Se su Twitter basta seguire una ventina di contatti per avere uno stream in costante movimento, su Google+ serve molto più tempo ed impegno. Rimane che sia un discorso di qualità vs quantità. Google ha privilegiato la qualità ed è questo il punto focale di tutta la questione: se il loro punto di forza è la qualità e se i third-party post sono una funzionalità che abbassa drasticamente la qualità, introdurla vorrebbe dire eliminare il loro principale punto di forza, riducendosi ad essere niente più che cloni, andando a competere con qualcosa di sproporzionatamente più grande. Senza contare che in questo periodo, tra i pessimi risultati in borsa, i sondaggi e le previsioni degli analisti, diventare il nuovo Facebook non sembra una mossa così saggia.

Queste ovviamente non sono solo mie speculazioni. Vic Gundotra a Marzo ha fatto una dichiarazione in merito decisamente pesante che potete trovare qui. Il senso delle sue affermazioni si può riassumere come: “I nostri concorrenti sono una discarica. Noi possiamo essere meglio di così” e finché non troveranno un modo sensato di implementare i third-party post, non rilasceranno nessuna API. Una presa di posizione forte, a cui per ora stanno tenendo fede. Non sappiamo quanto durerà e sicuramente la tentazione di sacrificare gli utenti in favore di maggior partecipazione da parte delle aziende, degli sviluppatori e dei blogger è forte, vista la forza delle pressioni che gli vengono fatte.

Vic Gundotra illustra i risultati di Google+ nella penetrazione dell'utenza di Facebook

È ancora un tema decisamente aperto nella community e l’idea di questo articolo è nata proprio dai continui dibattiti in materia, dove io, community designer, mi scontro con le posizioni di unti figuri incravattati che sul biglietto da visita riportano improbabili qualifiche spesso contenenti varie combinazioni dei termini “social”, “brand”, “marketing”, “media”, “guru”, “awareness” e altre parole che li identificano come spammer travestiti da venditori di fumo.

Le loro motivazioni sono prettamente egoistiche e dettate dalla loro visione dei social network come ambito lavorativo, dove gli utenti non sono persone ma potenziali visite, potenziali acquirenti, mere risorse da attirare e raccogliere. In questa visione non trova spazio l’utente come persona, come entità interessata a relazionarsi, a discutere, a confrontarsi, a sapere e scoprire cose nuove. Lo stereotipo dell’utente Google+ intellualoide e acculturato è una derivazione di quanto detto finora, poiché tutte le persone di questo tipo a fatica riescono ad inserirsi in un contesto come quello di Facebook, dove, per questo e tanti altri motivi, il dialogo diventa chiacchiera, quando va bene.

Questi pescecani del social vorrebbero poter sviluppare strumenti per automatizzare il noioso reposting dei contenuti o dare una dimensione sociale e virale alle proprie applicazioni, fluidificandone la diffusione con la forza bruta, occludendo ed obnubilando gli stream dei contatti dei propri utenti e spingendo il proprio prodotto con reiterata costanza. Ovviamente questo porta traffico ed utenti, porta visite e brand awareness, riduce le attività manuali e gli semplifica non poco la vita. Di contro, su Google+ si sta assistendo ad un fenomeno, ancora in fase embrionale e poco analizzato, dove parecchie pagine di nicchia con un marketing fatto a mano, nel senso più proprio del termine, quasi artigianale, hanno una visibilità molto maggiore di tantissimi brand che poco convintamente ripropongono lo stesso approccio tenuto su Twitter e Facebook, riproponendo di fatto gli stessi contenuti ma senza aggiungere una dimensione umana, senza coinvolgere la comunità di followers e senza stimolare dialogo, che a quanto pare sembra essere una dimensione rilevante.

Ovviamente è difficile che un utente si possa lamentare di una situazione come quella appena illustrata, dove a fronte di una mancanza di integrazione con le sue app preferite, corrisponde una maggior qualità dei contenuti ed una maggior vivibilità del social network.  Però quali possono essere le problematiche per Google? Questo è un tema molto complesso e solo Google potrebbe spiegarci le motivazioni dietro alla decisione di non rilasciare le API. Noi possiamo limitarci solo alle supposizioni, basandoci sulle esternazioni fatte da Gundotra e altri nel corso di questi mesi. È fuori di dubbio però che Google dimostri lungimiranza nel scegliere la via più impervia, sacrificando l’appetibilità immediata da parte di attori terzi e coltivando la propria utenza. Questo sfuggire alle logiche del social formalizzato e standardizzato lascia ben sperare in un’evoluzione del paradigma della promozione sui social network verso una dimensione più rispettosa dell’utente come individuo pensante e imperniata su una meritocrazia ,  dove la visibilità si conquista con l’originalità, la qualità, l’inventiva e la dedizione e non con la forza dei soldi spesi per pagare i professionisti dello spam.

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Simone Robutti Articolo scritto da

Laureato in Informatica, specializzato in sviluppo web e comunità virtuali, hardcore gamer, flamer per passione.

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