Che cosa significa il superamento del test di Turing e per quale motivo non ci dovrebbe interessare

Di - 14 June 2014 - in
Bot Colony Gameplay CC BY-SA 3.0 North Side Inc - North Side Inc Art Department

È della scorsa settimana la notizia di un computer (un “supercomputer” in certi casi) che ha superato il test di Turing.

Le testate online ci hanno banchettato per giorni e queste sono le macchie che hanno lasciato sulla tovaglia:

[…]un computer è riuscito per la prima volta a superare il test da lui ideato, il “test di Turing”, volto a stabilire se una macchina sia in grado di pensare come un essere umano.

RaiNews

Superato il test di Turing: esperti temono per crimini informatici

gaianews.it

Eugene, computer intelligente come un essere umano di 13 anni

huffingtonpost.it

Sì, oggi le macchine sono in grado di pensare

hi-tech.leonardo.it

Si tratta della prima volta in assoluto in cui l’inquietante interrogativo “ma le macchine possono pensare?” sembra aver ottenuto una risposta.

scienze.fanpage.it

Ci sono anche molti che hanno invece accolto la notizia con scetticismo, come Forbes, Focus, Wired etc.

Noi invece ci siamo andati a leggere l’articolo pubblicato nel 1950 da Alan Turing (“Computing machinery and intelligence“) pubblicato su Mind nel 1950 (riferimenti in calce) e l’abbiamo trovato molto più interessante di un chatbot tredicenne di Odessa.

Prima di qualunque considerazione sullo scritto non dimentichiamo una cosa: Turing era pura genialità, non era un umano comune. Il test, o meglio il gioco, proposto da Alan, non dimostra nulla, tantomeno l’intelligenza di una macchina. Per Turing la domanda “può una macchina pensare?” era una domanda senza senso, finché non si fossero definite l’entità “macchina” e l’azione “pensare“. Infatti egli trovò molto più utile  concentrarsi sull’interrogativo “Che cosa succede se una macchina sostituisce un uomo entro l’imitation game? Potrebbe essere scambiata per un uomo con la stessa frequenza con cui un uomo viene scambiato con una donna nello stesso gioco?

Macchina "Bombe" americana, basata sul modello costruito da Turing a dal suo staff, per decrittare i messaggi tedeschi durante la seconda guerra mondiale.

Macchina “Bombe” americana, basata sul modello costruito da Turing e dal suo staff, per decrittare i messaggi tedeschi durante la seconda guerra mondiale.

Turing si chiedeva se può ottenere da una macchina lo stesso effetto che un umano può produrre. Turing non ha mai parlato di intelligenza, bensì di imitazione di un comportamento intelligente, ovvero quello del pensare. Se una macchina è in grado di essere scambiata per un essere umano, dice, non importa se il pensiero scaturisce da ciò che chiamiamo intelligenza o se da un algoritmo progettato per ingannarci. Alan aveva già teorizzato, guardacaso, la sua “universal Turing machine” almeno 15 anni prima e già aveva dimostrato che una siffatta macchina era in grado di calcolare qualunque cosa fosse calcolabile. Se il cervello umano può essere descritto come una macchina a stati finiti, allora è possibile che una macchina a stati finiti possa calcolare e prevedere ogni reazione di un dato sistema nervoso in date circostanze. Tra questo ed Eugene Goostman, ce n’è di strada.

Dunque da cosa è scaturito il clamore di una notizia che tutt’al più può finire nello “Strano ma vero” della Settimana Enigmistica? Che il chatbot russo, certamente molto raffinato, ma a mio parere non molto diverso da tanti altri predecessori, ha ingannato alcuni giudici in una competizione.

Turing però non aveva posto il problema del superamento del test in termini competitivi… anzi, diciamo che siamo in ritardo di 15 anni sulle sue aspettative, dato che ci vedeva raggiungere questo risultato grossomodo nel 2000 utilizzando un computer con una memoria di un Gigabyte circa. Lui si aspettava il raggiungimento di questo risultato e lo considerava solo una questione di capacità della macchina e di ore/uomo in termini di programmazione.

Busto di Alan Turing a Bletchley (CC BY-SA 3.0 SjoerdFerwerda)

Busto di Alan Turing a Bletchley (CC BY-SA 3.0 SjoerdFerwerda)

I believe that in about fifty years’ time it will be possible, to programme computers, with a storage capacity of about 10^9, to make them play the imitation game so well that an average interrogator will not have more than 70 per cent chance of making the right identification after five minutes of questioning.

Non c’è sfida, in questa frase, ma fiducia. Malriposta, Alan.

Il fatto che qualcuno sia riuscito a eguagliare la previsione non ha alcuna implicazione pratica, ma è solo un modo per descrivere, alla maniera di Turing, un comportamento imitativo accettabile.

Ma ancora una volta, un chatbot è un esercizio di stile, di arguzia del programmatore, di completezza di pattern linguistici, di capacità di estrapolazione di contenuti molto semplici (come quelli che ci si aspetta possano essere noti a un tredicenne di Odessa) e non rappresenta il “machine learning”, gli algoritmi biologici, le reti neurali e quella che possiamo definire a rigore di scienza la vera ricerca nel campo dell’AI, di cui Turing è stato a buona ragione considerato il padre: vi prego, per il giovane Goostman trovatene un altro.

Non ci sono minacce alla sicurezza, non più dell’altro ieri.

Non ci sono computer né supercomputer in grado di sostituire e imprigionare l’umanità.

Non ci sono batterie di chatbot pronti a irretirti dentro le chat.

Ci sono, invece, tecnologie assistive, analitiche, semantiche in grado di migliorare efficienza energetica, salute, condizioni di lavoro, ricerca scientifica e altri campi dell’interesse umano quanto niente altro in precedenza.

Nessuno ha gridato al miracolo parlando di Watson, ma l’hanno fatto leggendo di Eugene, e questo dovrebbe far male a chiunque appassionato di tecnologia sia quotidianamente assalito dalla becera mediocrità sensazionalistica dei giornalai del web.

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Michele Brami Articolo scritto da

Progettista di sistemi di automazione e supervisione industriali, appassionato di tecnologie e design innovativi. Ex-marinaio, sommergibilista a vita.

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