Thinking Plus

Di - 21 February 2013 - in

Sono un utente di Google Plus dai primi giorni della beta e l’ho visto crescere davanti ai miei occhi. Oggi è un posto diverso, più grande e forse più dispersivo, in cui la qualità rimane, ma è più eterea, sparpagliata. Una delle cose che è andata perdendosi, o di cui perlomeno si parla più raramente, è quella cosa che io chiamo Thinking Plus, ovvero l’approccio ideale all’attività social, configuratosi nelle prime fasi di vita di questo social network e che pur avendo molti punti applicabili a qualsiasi realtà del web 2.0, ha anche numerosi tratti peculiari dovuti alle caratteristiche tecniche di G+ e alla visione social di Google stessa.

Di cosa stiamo parlando precisamente? Il Thinking Plus è un modo di porsi verso gli altri, verso la comunità, verso il mondo, basato sulla proattività, sulla coscienza e sulla meritocrazia, trascendendo l’interesse meramente utilitaristico con cui normalmente si fruisce di un qualsiasi prodotto, social o meno.  Thinking Plus significa essere coscienti che la nostra attività social contribuisce alla qualità dell’esperienza di chi ci ha cerchiato, è empatia e responsabilità. Una migliore esperienza per chi ci ha cerchiato, vuol dire una migliore percezione di Google+ nel suo complesso, da cui deriva una permanenza prolungata e un aumento delle chance di questo Social Network di spuntarla sugli altri.

Nei primi tempi, la sopravvivenza di G+ non era affatto scontata e dopo quel che è successo a Google Wave e Buzz, la minaccia di una soppressione del servizio era presente, seppur contenuta. La presa di coscienza nacque, per molti, proprio da questo: a me piace G+, è meglio di qualsiasi sito che abbia mai frequentato e quindi ne consegue che se voglio continuare ad usarlo, devo contribuire al meglio. Ora questa minaccia non esiste più: Google+ ha nominalmente superato Twitter ed è un punto di riferimento nel panorama social, perlomeno fuori dall’Italia, come al solito in ritardo grazie alla piccolezza professionale di troppi addetti del settore, non abbastanza lungimiranti da cogliere un cambiamento ormai pienamente avvenuto.

L’entusiasmo e la partecipazione non sono però solo imputabili al naturale sentimento di coesione dovuto alle minacce esterne, ma anche a qualcosa di più profondo. Per molti G+ era il primo esempio di successo, di quella dimensione dell’Internet immaginata da tanti teorici, in cui si poteva formare una rete altamente magliata, di persone  fiduciose nel progresso e nel futuro, interessate a condividere il proprio sapere, a migliorarsi, migliorare gli altri e il proprio ambiente, perseguendo quell’ideale superomistico che pervade i pensieri di tante persone quando guardano ad internet. Certo, detto così sembra che G+ abbia inventato l’acqua calda, ma chiunque vada ad osservare G+ nella sua vera essenza, è in grado di cogliere la differenza con gli strumenti preesistenti: si muove ad un’altra velocità, con logiche più semplici, più intuitive, tutto più veloce ed estensivo, uno strumento per mettere davvero in comunicazione e connessione l’intero strato pensante dell’umanità, ad ogni angolo del globo.

Non è il primo strumento in grado di farlo, potenzialmente sarebbe sufficiente il protocollo HTTP e poco più, ma era la prima volta che si osservava una crescita ed una pervasività, in particolare nella comunità scientifica, di uno strumento con queste potenzialità. Da questo è derivato il desiderio di vederlo fiorire, in quanto strumento adatto ed utile al fine della crescita umana, professionale e culturale dei singoli partecipanti e di conseguenza, della comunità che col tempo avrebbe potuto voler dire, la comunità umana. Una visione forse distorta ed esagerata, ma sufficiente ad avviare quel circolo virtuoso che ha reso G+ quello che è ora.

Dicevamo, io do per far crescere la comunità, è uno dei cardini del Thinking Plus e questa cosa l’ho vista realizzarsi in molti modi e in molte forme, alcune viste nel mio comportamento personale, nel comportamento dei miei contatti diretti o di power user ed influencer stranieri che prima di me hanno parlato di queste cose.
Andando nel concreto, cosa vuol dire produrre qualità?
Vuol dire ad esempio ricondividere metodicamente tutto ciò che risulta veramente interessante sia per fornire contenuti interessanti ai nostri contatti, sia per dare visibilità agli autori dei post. Farlo in un’ottica costruttiva e attiva, non passiva e svogliata. Allo stesso modo, evitare di condividere contenuti triviali, noiosi, auto-referenziali o di interesse limitato.
Un altro elemento può essere l’attiva costruzione e ricondivisione di cerchie. Questo vuol dire effettuare un lavoro di cernita e filtraggio dei contenuti interessanti centralizzandoli ed evitando che ogni utente debba rifarlo da capo, affidandosi alle capacità di scelta dei power user che han selezionato per lui. Questo ha anche degli aspetti negativi perché rischia di tagliar fuori utenza nuova o di concentrare i followers sempre sulle stesse persone, ma è un problema più sul piano teorico che sul piano pratico, almeno per ora. Dall’altro lato però si crea un meccanismo virtuoso di fluidificazione della conoscenza che si propaga più facilmente. Non si punta più a creare più interconnessioni possibile, ma a crearne di qualitativamente valide in poco tempo, massimizzando, di fatto, la qualità effettiva.
A questo poi possiamo aggiungere cose più generiche, come la promozione attiva, le iniziative editoriali e commerciali di analisi e riflessione sulla piattaforma e la costituzione di quella rete informale di attrazione tipica dei servizi nati dal basso, che coinvolgono la gente e che non erano scontati su Google Plus che, comunque la si giri, è un servizio calato dall’alto, da Mamma Google e il tutto permeato di entusiasmo e coinvolgimento. Thinking Plus è soprattutto questo: senso di appartenenza. Non un servizio di cui si fruisce e da cui si pretende, ma comunità, senso della comunità di cui si fa parte. Ora questo sentimento manca a buona parte della nuova utenza, come sempre succede quando le nicchie diventano appannaggio delle masse ma ciò, per molti, e sicuramente per me, non è un buon motivo per abbandonare lo spirito dei primi tempi.

Questo ci porta ad un altro elemento del Thinking Plus, ovvero l’apertura, l’accoglienza. Si dice spesso che G+ sia popolato da elitisti e si lascia intendere che questo snobbismo combaci in buona parte con i comportamenti e col senso di comunità di cui parlavo prima. In parte è vero, il sentimento di superiorità è un elemento innegabile di questo SN, sempre per ragioni storiche ma gli utenti più muniti di raziocinio han predicato e predicano tuttora la sacralità dell’accoglienza. Per far prosperare G+ e veder crescere la comunità, bisogna far superare le barriere all’entrata per i nuovi utenti ed una di queste è la complessità dovuta alla novità del mezzo. Perciò un gran numero di utenti si sono prodigati nella realizzazione di guide (alcune anche di una certa voluminosità), nell’organizzazione di eventi per coinvolgere i nuovi arrivati e nell’aiuto diretto ai neofiti bisognosi di chiarimenti.

Google+ non è ancora alla fase di maturità, viene rimaneggiato continuamente sotto l’aspetto tecnico e queste modifiche portano anche ad un cambiamento del comportamento degli utenti. Tuttavia permangono le condizioni che hanno portato allo sviluppo del Thinking Plus, forse un po’ nascoste, un po’ coperte da banalità, da rumore, osteggiate dalla visione gossip-centrica importata da Facebook ma sotto le ceneri, precluso allo sguardo di molti, bruciano ancora le braci di un sentimento forte e mi auguro, in quanto entusiasta di G+, una risorgenza e una diffusione alle nuove generazioni di utenti di questa visione, in grado di trasformare uno strumento di mera comunicazione, in un’opportunità di crescita individuale e collettiva.

 

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Simone Robutti Articolo scritto da

Laureato in Informatica, specializzato in sviluppo web e comunità virtuali, hardcore gamer, flamer per passione.

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